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Dietro il Prosciutto di San Daniele DOP ci sono le persone

18.05.2026

6 minuti

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Mastra prosciuttaia controlla le cosce appese durante la stagionatura del Prosciutto di San Daniele DOP

Il Prosciutto di San Daniele nasce dall’incontro tra territorio, microclima e qualità delle materie prime: ma non solo. 

Radicata in una tradizione tramandata nei secoli, la lavorazione delle cosce destinate a diventare Prosciutto di San Daniele DOP passa attraverso le mani esperte e il giudizio dei mastri prosciuttai, che vigilano su ogni fase con competenza e rigore. 

Conoscere il loro lavoro è il modo migliore per comprendere realmente cosa rende il San Daniele un’eccellenza italiana e friulana

Selezione delle cosce: il primo controllo qualità

Il primo momento che rivela l’importanza del lavoro dei mastri prosciuttai è quello della selezione delle carni.

Le cosce posteriori dei suini arrivano a San Daniele del Friuli entro 120 ore dalla macellazione. Provengono da animali nati, allevati e macellati in Italia, in allevamenti certificati distribuiti in dieci regioni. 

Il Disciplinare di Produzione regolamenta razze, modalità di allevamento e alimentazione, perché la qualità della carne dipende direttamente da come l’animale è cresciuto e dalle condizioni in cui è stato allevato.

All’arrivo in prosciuttificio, ogni coscia viene esaminata singolarmente: un’operazione che richiede esperienza diretta, capacità di giudizio e una conoscenza approfondita dei criteri che rendono una coscia idonea a diventare Prosciutto di San Daniele DOP. 

Solo quelle che rispondono pienamente alle prescrizioni del Disciplinare entrano nel ciclo produttivo.

Rifilatura delle cosce: un gesto artigianale

Superata la selezione, inizia la rifilatura: una tecnica che serve anche a rimuovere il grasso e le frazioni muscolari in eccesso sul lato interno della coscia, preparando la superficie alla penetrazione del sale. 

Per questa ragione ogni gesto ha un peso: l’inclinazione dei tagli, la quantità di tessuto da eliminare, la simmetria del profilo finale sono fattori che incidono sull’equilibrio tra parte magra e parte grassa, e per questo vanno considerati con cura e attenzione.

Salatura: inizia la trasformazione della carne

La salatura avviene esclusivamente con sale marino italiano, senza additivi né conservanti. 

Il sale viene distribuito sulla superficie della coscia e lasciato agire per un periodo che varia tra i 12 e i 18 giorni, calcolato come un giorno per ogni chilogrammo di peso.

Il sale non solo conserva la carne, ma la disidrata in modo graduale e uniforme, rallentando lo sviluppo di microrganismi indesiderati e ponendo le basi per una stagionatura di qualità. 

Non si tratta di un lavoro in serie. Chi si occupa della salatura, infatti, deve calibrare quantità e tempi di ogni singolo pezzo, valutandone prima di tutto le caratteristiche. 

Mastro prosciuttaio cosparge sale marino sulla coscia durante la salatura del Prosciutto di San Daniele DOP

Pressatura: la tecnica esclusiva del San Daniele

Dopo la salatura, le cosce vengono sottoposte a una fase distintiva nel processo di produzione del Prosciutto di San Daniele: la pressatura.

Non si tratta di un passaggio meccanico o automatizzato. Le cosce, infatti, vengono disposte manualmente su apposite assi e sovrapposte le une alle altre, sfruttando il loro stesso peso per esercitare la pressione necessaria. 

Il processo serve a compattare la carne, donarle la tipica forma a chitarra, ridurre il volume della coscia.

I tempi e l’intensità non sono standardizzati: dipendono dalla conformazione della coscia e devono garantire un risultato omogeneo e di precisione, senza alterarne la struttura interna.

Per tale ragione, durante la pressatura è necessario lavorare con attenzione su ogni singolo pezzo.

Riposo e maturazione: il tempo come terzo ingrediente

A questo punto, le cosce entrano in una fase di maturazione silenziosa: il riposo.

Per tre-quattro mesi, vengono trasferite in ambienti refrigerati con temperatura e umidità costantemente monitorate. 

Durante il riposo, la carne perde gradualmente umidità, si compatta ulteriormente e prepara la propria struttura per la stagionatura. 

È una fase che potrebbe sembrare passiva, ma richiede attenzione continua. 

Le condizioni ambientali, infatti, devono essere stabili e precise. Un ambiente troppo freddo rischia di bloccare i processi di maturazione, mentre uno troppo secco può compromettere la consistenza finale. 

È il tempo che lavora, ma sempre sotto lo sguardo di chi sa come deve evolvere il prodotto.

Lavaggio e asciugatura: la stabilizzazione controllata

Dopo il riposo, le cosce vengono lavate con acqua tiepida a temperatura controllata. 

Il lavaggio elimina i residui rimasti in superficie e prepara il prodotto alle trasformazioni successive, con un’esecuzione uniforme su ogni singola coscia.

Subito dopo, le cosce passano all’asciugatura in ambienti ben ventilati, dove restano per il tempo necessario a eliminare l’umidità assorbita durante il lavaggio. 

Temperatura, umidità e ventilazione vengono gestite con cura dai mastri prosciuttai, per garantire una stabilizzazione corretta e precisa.

È qui che il prosciutto inizia ad avvicinarsi al momento più lungo e caratterizzante di tutto il percorso: la stagionatura.

Sugnatura: la protezione manuale prima della stagionatura

Durante la stagionatura, le cosce ricevono un trattamento manuale che non ammette approssimazione: la sugnatura, ossia l’applicazione della sugna (un impasto di strutto e farina di riso) sulla parte della coscia scoperta dalla cotenna.

La funzione della sugna è proteggere la superficie esposta dalla disidratazione eccessiva e dagli agenti esterni durante i mesi di stagionatura, rallentare l’evaporazione dell’umidità residua e regolare l’azione osmotica.

L’applicazione deve avvenire in modo uniforme e preciso: un’applicazione irregolare si percepirebbe infatti nel prodotto finale, con una struttura non omogenea e difetti di consistenza. 

Per questo, chi esegue la sugnatura esegue questo gesto con massima attenzione, dalla prima all’ultima coscia. 

Mastra prosciuttaia applica la sugna sulla coscia di Prosciutto di San Daniele DOP durante la stagionatura

Stagionatura del San Daniele, tra territorio e competenza

Per ottenere la Denominazione di Origine Protetta, ogni prosciutto deve stagionare per almeno 400 giorni dall’inizio della lavorazione. 

Durante questa fase, le cosce vengono appese in grandi sale areate per favorire la circolazione naturale dell’aria.

È qui che entra in scena il protagonista impossibile da replicare altrove: il microclima di San Daniele del Friuli. L’incontro tra le correnti fresche che scendono dalle Alpi Carniche e quelle miti e umide che risalgono dal Mar Adriatico crea le condizioni ideali per una stagionatura lenta, graduale e irripetibile. All’interno delle cosce si sviluppano così gli aromi che rendono il Prosciutto di San Daniele inconfondibile. 

Durante questa fase, però, il lavoro delle persone non si ferma: umidità e temperatura delle sale vengono monitorate e regolate con continuità attraverso l’apertura e la chiusura delle finestre, effettuata in base alle condizioni esterne. 

Un processo naturale, ma controllato ogni giorno.

Mastro prosciuttaio controlla le cosce nella sala di stagionatura del Prosciutto di San Daniele DOP

Puntatura: un controllo sensoriale insostituibile

A stagionatura avanzata avviene un altro momento emblematico del percorso produttivo: la puntatura.

Un ago realizzato in osso di cavallo viene inserito manualmente in punti precisi della coscia. 

Dall’aroma rilasciato i mastri prosciuttai valutano le condizioni interne del prosciutto, la regolarità della stagionatura, l’eventuale presenza di difetti olfattivi che potrebbero segnalare un problema.

La puntatura è un dialogo diretto tra chi produce e il prodotto stesso, un gesto affinato da anni di pratica e da una sensibilità sensoriale che nessun sistema automatizzato può replicare. 

È il momento in cui l’esperienza umana si fa insostituibile. 

Se l’esito è positivo, il prosciutto può proseguire verso la fase finale.

Mastra prosciuttaia esegue la puntatura del Prosciutto di San Daniele DOP annusando l'ago in osso di cavallo

Marchiatura a fuoco DOP: il riconoscimento del percorso

Quando tutte le fasi sono state completate, il prosciutto viene sottoposto all’ispezione finale: forma, peso e caratteristiche chimico-fisiche vengono verificati da un ente esterno nel rispetto di ogni requisito del Disciplinare. 

Solo le cosce che superano i rigidi controlli previsti ricevono il marchio a fuoco del Consorzio, che attesta ufficialmente la Denominazione di Origine Protetta.

Una garanzia per chi acquista, e un riconoscimento silenzioso di tutto il lavoro che lo ha preceduto.

Per la maggior parte delle cosce, però, il percorso non si ferma ai 400 giorni minimi di stagionatura. È infatti dopo 16-20 mesi di riposo che dolcezza, delicatezza e scioglievolezza raggiungono l’equilibrio ideale, permettendo al San Daniele di esprimersi al meglio.

È questo l’atto finale di un percorso in cui l’abilità dei mastri prosciuttai interviene in ogni fase, dalla selezione delle cosce alla marchiatura e oltre. 

Perché dietro ogni fetta di Prosciutto di San Daniele, ci sono prima di tutto le persone che lo rendono tale.

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