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Terremoto del Friuli: l’Orcolat e la rinascita di un territorio

06.05.2026

5 minuti

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Scalere crollate e prosciutti di San Daniele a terra in un prosciuttificio dopo il terremoto del Friuli del 1976

Alle ore 21:00 del 6 maggio 1976, il terremoto del Friuli colpì duramente la regione con una magnitudo di 6.5, coinvolgendo oltre 120 comuni nelle province di Udine e Pordenone, in particolare la media valle del Fiume Tagliamento.

In meno di un minuto, il sisma devastò comunità, case, attività produttive e persone, lasciando una ferita profonda nella storia del territorio.

Quel terremoto prese presto un nome che appartiene alla memoria popolare: Orcolat (“orcaccio” in friulano), figura del folklore carnico che, secondo la leggenda, agitandosi nelle profondità della terra provoca i sismi.

Cinquant’anni dopo, il 2026 segna un anniversario che non riguarda solo il ricordo della distruzione, ma soprattutto la straordinaria capacità della comunità di reagire. 

La resilienza di un popolo che, anche se piegato, non si è mai arreso.

Il modello Friuli

La ricostruzione del Friuli dopo il terremoto è diventata un punto di riferimento nazionale e un esempio virtuoso di gestione post-sismica entrato nella storia come Modello Friuli. 

Alla sua base ci furono il coordinamento istituzionale, il ruolo decisivo dei sindaci e la partecipazione attiva delle comunità locali, guidati dall’azione di Giuseppe Zamberletti, padre fondatore della protezione civile italiana e figura centrale nell’intera gestione dell’emergenza.

Ma prima ancora del metodo, c’era uno spirito. 

Lo sintetizzò con parole celebri Alfredo Battisti, Arcivescovo di Udine, il 12 maggio 1976, appena sei giorni dopo la scossa:

“Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese.”

Più che uno slogan, era una visione concreta e profondamente umana. 

Far ripartire il lavoro significava restituire alle persone colpite dal sisma stabilità, dignità e futuro. Una ripartenza civile, sociale ed economica che mise le radici per tutto ciò che sarebbe venuto dopo.

San Daniele e il territorio dopo il terremoto

Anche San Daniele, nel contesto del sisma che sconvolse la Regione, fu protagonista di una preziosa storia di resilienza territoriale. 

Quando l’Orcolat scosse la cittadina, i danni furono gravi: il centro storico estremamente danneggiato, le chiese e le abitazioni distrutte, le vite umane spezzate. 

Ma San Daniele non si perse d’animo: la risposta della comunità fu immediata, e come disse l’allora sindaco Enzo Filipuzzi, “in cinque anni ricostruimmo tutto quello che era caduto”.

Così, dalla fatica e dalla tenacia, San Daniele rinacque.

Le cantine tornarono a profumare di stagionatura, le strade a riempirsi di voci, la comunità a ritrovarsi. 

Nel 2002, la Repubblica Italiana riconobbe ufficialmente questo spirito con la Medaglia d’oro al merito civile, un’onorificenza che non lascia spazio a interpretazioni:

“Con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione. Splendido esempio di valore civico e senso del dovere, meritevole dell’ammirazione e della riconoscenza della Nazione tutta.”

erremoto del Friuli 1976, la rinascita del territorio: prosciutti di San Daniele in stagionatura all'aperto nell'agosto 1980

Dante e Luciano: la voce di chi ha vissuto l’Orcolat a San Daniele

Cinquant’anni non bastano a far sbiadire certe memorie, e a San Daniele ci sono ancora persone e produttori che ricordano il terremoto del Friuli come se fosse ieri.

Tra loro, abbiamo intervistato due persone che la sera del 6 maggio 1976, a soli ventidue anni e con un’azienda di famiglia da proteggere, hanno scelto senza esitazione di rimboccarsi le maniche per aiutare nella ricostruzione. 

La storia di Dante Bagatto, del Prosciuttificio Bagatto

Quella sera, Dante stava giocando a calcio con gli amici a Rodeano Basso, quando arrivò il grande boato. 

“Cadiamo ognuno sopra l’altro. Terremoto, cos’era? Non capivo.” 

Pochi minuti dopo era in macchina, quella che il padre gli aveva appena regalato, a correre verso casa, passando prima da Giavons, dove abitava la sua fidanzata. 

Poi il Borgo Sacco, i camini a terra, la gente in strada con gli occhi sbarrati dalla paura.

Per fortuna, arrivato a casa con il cuore in gola, trovò salvi sua madre e suo padre.

Quella stessa notte, da vigile del fuoco volontario, partì con il camion verso Cornino, Forgaria e Cimano; poi verso Majano, dove erano crollati due condomini, e San Tomaso. 

Quattro giorni di lavoro ininterrotto, con le sole mani, a “caricare vivi e morti” e a portarli in ambulanza fino al piazzale pieno di materassi. 

“Il mio cuore, il mio sentimento era per gli altri: chi aveva perso il figlio, chi aveva perso la moglie, chi aveva perso il marito, chi aveva perso la casa appena costruita.”

Nel caos, un’altra scena rimase impressa. 

In un prosciuttificio vicino, il terremoto aveva fatto cadere 60.000 prosciutti uno sopra l’altro come un mazzo di carte. 

L’indomani mattina, i lavoratori erano sul posto a rimetterli in piedi. 

Con la casa distrutta, ma all’opera per recuperare i prosciutti.

“Questo non si può dimenticare”, dice Dante.

Infine, la ripartenza. 

La ricostruzione della sua trattoria fu un cantiere di solidarietà: gli scout bresciani accampati nel piazzale, le celle frigorifere aperte per conservare il loro cibo, le damigiane di vino del padre Rino, portate in strada perché “chi voleva bere bevesse, senza pagare”. 

L’anno dopo, riaprirono “con entusiasmo e tanta voglia di fare. Perché lo Stato ti ha aiutato, ma ti ha aiutato per quello che poteva aiutarti. Il resto l’hai fatto con i tuoi sacrifici e i tuoi sudori.”

Ascolta la storia completa di Dante:

https://youtu.be/QHcOwOS9nog

 

La storia di Luciano Zanini, del Prosciuttificio Zanini Gio Batta

Luciano si trovava al ristorante Alpino di Fagagna con suo padre, quando arrivò la prima scossa. Sembrò quasi un’illusione, “la sensazione di essere in una sala da ballo dove tremavano un po’ i muri”. 

Poco dopo, arrivò quella più forte. 

Dopo essere tornati a casa, tra le sirene e il caos, andarono al prosciuttificio. 

Le scaffalature erano ribaltate, alcuni prosciutti schiacciati sotto il peso degli altri. 

La struttura reggeva ancora, ma la produzione si dovette fermare. 

Riprendere il ritmo normale fu lento, faticoso, incerto.

Luciano lavorava per risanare il prosciuttificio di giorno, e di notte, essendo stato vigile volontario dei pompieri, faceva servizio notturno per dare un contributo alla comunità.

Eppure il padre di Luciano, di fronte alla possibilità di ottenere i contributi statali, disse no. 

“I danni sono lievi: lasciamo che i soldi li prenda chi ha più bisogno di noi.” 

Cinquant’anni dopo, Luciano non ha dubbi sul senso di quella data:

“Il terremoto ha segnato un periodo molto tragico. Ma c’è stata una ripresa molto forte del Friuli. E direi ai giovani di oggi di dedicarsi di più alle attività produttive, di dare un contributo in più.”

Ascolta la storia completa di Luciano:

Due racconti diversi, eppure simili in una certezza: fermarsi non era un’opzione. Il duro lavoro era l’unica risposta possibile di fronte all’Orcolat.

50 anni dopo, il valore del ricordo

Quest’anno, il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli è accompagnato da un ricco programma istituzionale promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia, con diversi appuntamenti commemorativi.

Il momento centrale sarà il 6 maggio a Gemona del Friuli, epicentro del sisma e simbolo della rinascita, dove il Consiglio regionale si riunirà in seduta straordinaria alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ricordare quell’evento a cinquant’anni di distanza significa non solo commemorare, ma riconoscere che la forza del Friuli è stata costruita anche e soprattutto sul senso di comunità, sulla responsabilità locale e sulla volontà di ricostruire senza mai perdere la propria identità.

È con questo spirito che il Consorzio del Prosciutto di San Daniele celebra questo anniversario, per rendere omaggio a una storia di lavoro, tenacia e ricostruzione che appartiene all’intero territorio e ai suoi cittadini.

Persone straordinarie, che l’Orcolat non riuscì a piegare.

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