Antonella Boralevi: il San Daniele è un’emozione che conquista

Dalla parigina "locanda delle occasioni perdute" a un'accogliente trattoria di San Daniele del Friuli, la scrittrice fiorentina ci parla dei suoi gusti e delle sue passioni

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Prima di tutto scrittrice. È così che si presenta Antonella Boralevi, prolifica autrice di una quindicina di romanzi, l’ultimo dei quali, La locanda delle occasioni perdute, rappresenta una ghiotta occasione per parlare delle cose che le stanno maggiormente a cuore: i sentimenti, le donne, la loro vita, il loro passato. In un particolarissimo e quasi segreto ristorante nascosto fra le viuzze della Parigi più intima, alla protagonista viene offerta la possibilità di rivivere il proprio passato. 

Chiediamo all’autrice di guidarci nell’esplorazione di “La locanda delle occasioni perdute” trasformando il romanzo in una guida per scoprire chi è Antonella Boralevi. Partiamo proprio da questo: che cosa accade a Mirella nel ristorante dell’angusta rue Thérèse a Parigi?
L’idea del romanzo mi è nata riflettendo su un tema che coinvolge un po’ tutti ma in particolare noi donne: come si fa a superare i rimpianti e a vivere nel presente? La risposta sta in un ristorante nascosto in una viuzza dietro al Louvre e al Palais Royal, nel cuore di Parigi. Aprendo il menu del ristorante non ci si trovano piatti e bevande ma la lista delle occasioni perdute della propria vita. E Mirella, la protagonista del romanzo, affronta questa sfida: evoca i suoi ricordi, li affronta, li supera. 

Perché fare di un ristorante il luogo chiave della narrazione?
Quando si scrive un romanzo, la storia ti arriva, nasce dentro di te: inaspettata. Non è che puoi scegliere, è come restare incinta: la storia esiste, ti arriva e la devi solo raccontare.

E in tutto questo la realtà non c’entra nulla?
L’idea del ristorante mi è arrivata mentre stavo seduta ai tavoli di un caffè parigino, ho aperto il menu e mi si è formata in testa l’idea.

Ci svela qual è il Café al quale era seduta quando ha concepito il romanzo?
È il Cafè de Flor, a Saint-Germain-de-Prés: l’idea della Locanda mi è nata mentre riflettevo su di me e sulla vita di tutte le donne. Gli uomini si anestetizzano con i problemi del lavoro, mentre noi teniamo aperta una dimensione di riflessione sulla vita, sulle relazioni. Ho cercato di approfondire questi pensieri seguendo un’impostazione che appartiene al modo di scrivere di Paulo Coelho. Una scrittura che aiuta chi legge a porsi delle domande. E a trovare le risposte. 

Quindi chi legge “La locanda” apre anche il proprio menu, non solo quello di Mirella?
Mi è capitato più volte che chi ha letto il romanzo poi mi abbia detto che nella sua vita era successo qualche cosa. La lettura crea una dimensione di specchio per cui la storia di Mirella serve come traccia per indagare sulla propria esistenza. Ciò che succede è che si sciolgono i propri nodi: è come se la lettura aiutasse a sciogliere alcuni blocchi profondi nascosti nell’anima del lettore.

Parigi è una città centrale del romanzo ma anche della sua vita.
Si, ci ho studiato ed è una città che continuo a frequentare molto. La vivo come la mia città, e credo che questo si senta molto nel romanzo: tanti lettori me lo confermano. 

Nel suo romanzo c’è un ristorante al centro della storia. Qual è il rapporto di Antonella Boralevi con la buona cucina?
Detesto la cucina elaborata, odio le salse e tutte le cose complicate che appartengono alla cucina francese. Ma sono anche amica di Alain Ducasse che, al contrario, ha una cucina leggerissima dove ci sono materie prime eccezionali e poca cottura. Posso amare la cucina francesce per una sera: alla seconda cena passo direttamente all’insalata. Mi divertono di più le esperienze della cucina fusion, quella internazionale. Poi mi sono innamorata della cucina friulana: certo un po’ invernale, ma sincera e originale.

Buona cucina e vino? Antonella Boralevi come li abbina, se li abbina?
Bevo solo vino rosso, soprattutto vini corposi, strutturatiIl vino leggero o nuovo non mi affascinaPoi bevo pochissimo, al massimo un bicchiere. Voglio che il vino mi faccia vivere un’esperienza che arriva prima alla testa, attraversi il gusto e sorprenda l’anima. Nella mia personale classifica, un posto a parte ce l’ha lo champagne: ma solo alcune etichette che propongono un’alta qualità. 

Lei ha curato anche importanti mostre: arte, sentimento, buona tavola stanno insieme in armonia?
Nella storia dell’arte almeno la metà dei dipinti sono tavole imbandite: dall’Ultima Cena in giù la tavola, il cibo, il vino sono sempre presenti nell’arte. La buona cucina è sempre stata motore d’ispirazione perché rappresenta un’esperienza sinestetica cioè mette insieme molti sensi. Vista, tatto gusto, eros, regole sociali, c’è tutto nella cucina. La cucina è arte, un enorme scambio sul piano del contenuto. L’arte racconta chi mangia, come mangia, come sono fatte le tavole

L’Italia è un tesoro di ricchezze artistiche e di cultura gastronomica che ha la Toscana e Firenze al centro di un vero e proprio mito internazionale. Che legame ha con la sua terra d’origine?
Per prima cosa precisiamo: sono fiorentina! (ride, ndr). Appartengo a una antica famiglia fiorentina e noi fiorentini ci sentiamo parte di un’enclave. Faccio un grande sforzo per dissimulare la mia fiorentinità ma è cosa quasi genetica. Questa appartenenza, per esempio, mi fa adorare l’aglio: l’aglio e i fiorentini sono una cosa sola, ci facciamo i fagioli, la zuppa, la carne, la mitica fettunta che è una fetta di pane abbrustolito sulla quale si striscia uno spicchio e poi si condisce con l’olio.

A proposito di ricchezze regionali, il Friuli custodisce la bontà del prosciutto di San Daniele: ci racconta il suo rapporto con questa preziosità gastronomica?
L’ho scoperto da poco, ne sono rimasta conquistata: è un prodotto davvero eccezionale. Avevo già una certa esperienza di prosciutti, chiaramente di quello toscano, poi il classico Parma o il Pata Negra spagnolo. Credevo di avere assaggiato tutto. Invece questa è l’eccellenza dell’eccellenza, che non ha paragoni con le altre proposte. Il San Daniele ha una consistenza vellutata. Trasmette un’emozione straordinaria per il suo profumo e per la texture di sapori che porta con sé.