La magia del Carso nei vini di Edi Kante

Una terra difficile, un produttore geniale e un vitigno sorprendente per un abbinamento che emoziona: Vitovska e prosciutto di San Daniele

Luoghi
Edi-Kante

Alla fonte. Quando si vuole trovare l’origine è qui che bisogna andare. Come in un pellegrinaggio, ad ascoltare, vivere e partecipare alle intense storie di vita di Edi Kante. Storie di gente abituata al sapore del vento e alla rude carezza della pietra carsica.
Tutto nasce qui, sulla stretta fascia che una volta era confine e che, ieri come oggi, lascia che la sua roccia calcarea rifletta i colori del golfo di Trieste.
Fra queste pietre, perché qui di terra ce n’è veramente poca, tanti anni fa un ragazzo ha cominciato a sognare, per poi realizzare qualcosa di impensabile, portando il Carso nel mondo come luogo di vini d’eccellenza.

kante_internaChe cosa erano Prepotto e il Carso cinquant’anni fa?
Povertà. Non mi viene altra parola. Fatica e vento. E sudore per strappare, a quel poco di terra, un’idea di fertilità più sognata che possibile. Eppure la nostra gente stava qui, coltivava la terra, faticosamente. Curava i pascoli. E faceva il vino: un prodotto semplice, d’uso quotidiano, impossibile da affrontare per il gusto contemporaneo.

Qui nasce Edi Kante e a questa terra si appassiona, la studia, ne impara i segreti…
Ho sempre avuto un rapporto esclusivo con la mia terra, con ciò che sa offrire. Fin da ragazzino volevo conoscere tutte le piante, imparare l’arte dell’innesto, farla evolvere lavorando su più piani. E uno di questi piani era la vite.

Dalla passione per le piante all’interesse per la vite: e in particolare?
Ovviamente la Vitovska, così originale quanto sconosciuta per l’epoca.

La scoperta delle sue potenzialità ha radici lontane quindi?
Decenni. Solo negli anni Ottanta sono riuscito a mettere in bottiglia una Vitovska che ho iniziato a considerare un vino di qualità. È costata fatica, ma adesso è un patrimonio insostituibile.

Un successo strappato alla pietra?
È stato un impegno immane: oggi lavoro quindici ettari di terra. Ma li ho effettivamente strappati al calcare metro per metro, spietrandone ogni palmo e portando buona terra del Carso: pochi centimetri per dare vita alle piante.

Spietrare, riportare, strappare, generare. E poi curare con attenzione maniacale.
Ho fatto da subito una scelta di qualità: potatura a guyot singolo, non più di mezzo chilo per pianta.

Ogni vitigno poi ha una storia a sé?
Le quattro varietà di bianchi che coltivo, Vitovska, Malvasia, Chardonnay e Sauvignon, sono vinificate separatamente, ognuna ha un suo percorso, la sua identità.

Il vino si fa in campagna, ma matura in cantina. E quella di Kante è ormai un mito. Perché?
Ho voluto una cantina coerente con il mio territorio: come la pietra che lo contraddistingue. Ho scavato la cantina nella roccia, centimetro per centimetro. Ma oggi ho un valore che solo grazie alla pietra, offre una temperatura costante di 12 gradi, tutto l’anno. Qui i bianchi possono riposare senza essere disturbati.

Ecco un’altra esclusiva di Kante: i bianchi invecchiati…
Da giovane ho girato la Francia in cerca d’ispirazione, di conoscenze, di tecniche. E ho capito che i bianchi possono avere una storia ben più lunga di quella che tradizionalmente gli attribuiamo e che non va di molto oltre l’anno. E poi ho capito che vento, mare, altitudine e roccia non erano elementi ostili, ma potenzialità che potevano aprire al vino le porte per imboccare una strada diversa, di eccellenza. L’acidità, e la mineralità della pietra, la sapidità che viene dal mare: l’eleganza dei vini si veste di questi sapori facendoli durare nel tempo.

Kante, precursore dell’eccellenza, si concentra su poche varietà…
I miei bianchi sono due vitigni autoctoni, Vitovska e Malvasia, che faccio accompagnare dai più internazionali Chardonnay e Sauvignon. Il Terrano è, poi, il vino rosso che meglio rappresenta l’identità di questa terra.

Caratteristiche molto apprezzate sui mercati internazionali: conferma?
Chi beve un vino oggi vuole conoscere una storia, approfondire l’identità di un territorio. Acidità, mineralità e eleganza dei nostri vini raccontano più di mille parole il sole, il mare, la pietra e il vento del Carso, in qualsiasi lingua.

Prima di finire non dimentichiamo le bollicine: Edi Kante è stato precursore anche in questo!
Per molto tempo ho studiato a fondo lo Champagne. Poi ho incontrato Christian Bellei, un indiscusso maestro italiano del Metodo Classico, che mi ha voluto trasmettere la conoscenza di questa sapienza. Il Brut KK nasce quindici anni fa proprio da questo incontro, un’amicizia che mi ha dato e mi dà straordinarie suggestioni.

Torniamo alla nostra terra e ai suoi patrimoni. Anzi maritiamoli: con quale dei suoi vini porterebbe all’altare il prosciutto di San Daniele?
Ne stavamo proprio parlando! Credo che il Brut KK sia il compagno ideale per il San Daniele: si sposa perfettamente all’eleganza dei suoi profumi. Ma oserei anche una Vitovska, magari mettendola a confronto di una stagionatura di 24 mesi, più corposa e intensa, per un vero e proprio matrimonio di eccellenza.