Nell’Isontino determinazione, vento e sassi: ecco a voi Lis Neris

Pinot Grigio e San Daniele, l'abbinamento perfetto di Alvaro Pecorari

Luoghi
Lis Neris_panorama

Storie di uomini, di famiglie, di radici. Ma, anche, di sentimenti, affetti e relazioni. Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta delle eccellenze enologiche del Friuli Venezia Giulia spostandoci dal Collio alla zona dell’Isontino, fra il confine Sloveno a nord e la riva destra del fiume Isonzo a sud.
Qui troviamo una delle più rappresentative famiglie del vino friulano, i Pecorari, il cui più conosciuto discendente è, oggi, Alvaro, instancabile ispiratore dei successi della sua etichetta, Lis Neris. Dal 1879 i Pecorari coltivano appassionatamente la vite e sono fra gli artefici di quella grande rivoluzione che ha portato il vino friulano, dagli anni Sessanta ad oggi, a diventare protagonista della scena internazionale.

Andiamo per ordine: siamo alla fine dell’Ottocento e i Pecorari si trasferiscono dal Veneto al potenzialmente ricco ma ancora primitivo Friuli…
Lis Neris_storicaSi, la nostra è la storia di una famiglia numerosa, unita, fatta di uomini forti, capaci di sacrificarsi per l’obiettivo comune. Per quasi un secolo tutti i figli dei Pecorari hanno lavorato e vissuto sotto lo stesso tetto.
Poi a metà degli anni Cinquanta una grande voglia di autonomia ha spinto mio padre Francesco all’avventura solitaria. Un uomo con una volontà di ferro, che aveva imparato a difendersi dalle intemperie della vita (era orfano dai sei anni) e della meteorologia. Fino alla fine dei suoi giorni è rimasto scaltro, vivace, svelto e istintivo. Qualità che l’hanno aiutato nei passaggi importanti della vita. Mi viene in mente un episodio, in particolare. In Friuli a metà degli anni Sessanta c’era il predominio di tre vitigni: Tocai (oggi chiamato Friulano), Merlot e Malvasia. Lui impose al mercato la novità del Pinot Grigio, dello Chardonnay e del Sauvignon Blanc: gli osti del circondario strabuzzavano gli occhi davanti a questi nomi insoliti. Ma papà Francesco era capace di anticipare i tempi, nel bene e nel male.

Qual è dunque l’eredità di questo uomo che sapeva vedere già lontano?
Quando finii i miei studi e decisi di restare in famiglia, mi trovai per le mani un piccolo gioiello di produzioni dall’identità straordinaria, che aveva già in sé tutte le potenzialità per affermarsi su mercati di più ampio respiro, qualitativamente esigenti e, soprattutto, non locali. A questo punto la mia generazione ha dovuto ripensare completamente la produzione del vino: ci chiedevano qualità, non quantità come era sempre stato.
Cambiammo il sistema delle potature, riducemmo il numero delle gemme: i nostri genitori ci prendevano per matti. Si sono convinti che eravamo nel giusto grazie ai risultati: il vino migliorava, i margini aumentavano, acquisivamo una clientela vasta, le etichette si facevano conoscere a livello nazionale e non più locale.

Spostiamoci dunque sul vino e sulla sua qualità: i vigneti de Lis Neris si adagiano ai piedi dei colli che dividono l’ultimo lembo della pianura padana orientale dalla Slovenia. Perché questa terra è così benevola con il vino?
Questi sono terreni sassosi di origine glaciale, terra povera. In teoria. In effetti, grandemente favorevole alla produzione vitivinicola di qualità: il suolo povero impedisce alla pianta di sviluppare massa fogliare e la costringe a concentrarsi sui frutti. Qui, poi, il calcare abbonda: ecco l’altro elemento fondamentale per un vino qualitativamente superiore. E non dimentichiamo il vento, caratteristica unica di queste terre. Poco dietro alle colline che coronano il nostro orizzonte orientale c’è la valle del Vipacco, in Slovenia, attraverso la quale arrivano a noi le correntiLis Neris_Alvaro fredde del nord. Anche d’estate in certe giornate l’escursione termica tra il giorno e la notte tocca i 15-17 gradi: le annate migliori dei nostri vini hanno sempre subito sbalzi termici importanti, perché le uve hanno maturazioni più lente e gli aromi si fissano maggiormente.

Riassumendo il territorio sul quale sorgono i vostri vigneti gode di due grandi favori: suolo calcareo e povero e venti freschi. Come avete distribuito questi elementi positivi alla vostra produzione?
Il nostro lavoro è stato capire quali vitigni erano più adatti ad ogni terreno, studiando i suoli, le temperature e la piovosità. Poi, seguendo la nostra vocazione “bianchista”, abbiamo circoscritto il numero dei vitigni a Pinot Grigio, Sauvignon Blanc e Chardonnay. Su questi ci siamo specializzati creando una netta distinzione fra vigneti giovani, che per noi hanno un’età media di 10 anni, e vigneti maturi, con oltre 15 anni di vita o, in alcuni casi, anche 25-30 anni di attività.

Quali le differenze?
Un vigneto giovane ha l’apparato radicale superficiale, per questo è più sottoposto alle bizzarrie delle stagioni: se pensiamo al 2014, i vigneti giovani hanno avuto le radici in acqua per un anno intero. Al contrario i vigneti maturi hanno radici profonde, che risentono meno degli sbalzi meteo riuscendo a dare linearità alla qualità.

Tutta questa attenzione restituisce ai vini de Lis Neris caratteristiche inconfondibili. Come le riassumerebbe?
Un’equazione di determinazione ed eleganza unite in uno stile inconfondibile. Uno stile che è nostro, pensato, voluto, perseguito con tenacia: quando alla fine degli anni Novanta c’era la moda delle sovramaturazioni, del legno a tutti i costi, noi abbiamo scelto di riaffermare la friulanità delle nostre etichette: il vino friulano storicamente non è mai stato legnoso o potente, piuttosto si è sempre ispirato a freschezza e sapidità tipiche.

Se lei dovesse eleggere il vino che maggiormente rappresenta Lis Neris quale sceglierebbe?
Il Pinot Grigio. Senza dubbio. È il vino che ci ha fatto crescere, la locomotiva che da anni fa correre il nostro treno. E poi, come amava ricordare sempre nostra figlia Francesca, è il nostro vino del cuore.

Il Friuli è terra d’elezione per il vino ma anche culla del prosciutto crudo di San Daniele. Come abbinerebbe queste due eccellenze?
Il crudo di San Daniele si sposa perfettamente con il Pinot Grigio. Ne sento già il sapore: in una serata estiva, dopo la calura del giorno, un gran piatto di San Daniele accanto ai riflessi inconfondibili del Pinot Grigio fa già gola. Se poi il San Daniele ha una stagionatura importante, 24 mesi per esempio, gli darei il miglior risalto con il Grîs, il Pinot Grigio dei nostri vigneti più maturi.